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3 giugno 2005

Zen all' emiliana

     A Fidenza, anni fa, qualcuno giurava di aver visto Fausto, il maestro Zen, a piedi nudi sulla neve camminar come nulla fosse. Altri sostengono di esser stati testimoni di quella volta che avrebbe sguainato una Katana, vera e affilatissima, per punire dei tipi che lo sfottevano per come andava vestito. Fausto Taiten Guareschi ha il placido sorriso del Buddha quando racconta delle voci dei suoi paesani che oggi, dopo vent’ anni, sono abituati a vederlo calare dalla collina di Bargone, dove ha costruito il suo tempio, per aggirarsi attraverso le nebbie della Bassa Parmense, con il testone ben rasato e il vestito da prete giapponese.
Il suo centro Zen festeggia il ventennale, per questa ricorrenza il 23 aprile ci sarà una strana cerimonia alle terme di Salsomaggiore. Laggiù, dove andavano zarine, principesse e attrici a fare misteriose lavande intime per esser feconde di eredi, gli austeri monaci in abito giapponese si metteranno a suonar tamburi tra le donnine spogliate e gli specchi dorati dei saloni liberty. L’ orchestra con il tenore regalerà arie del compaesano Giuseppe Verdi. Assieme al riso bollito nei semi di sesamo, parco cibo dei monaci, sarà servito parmigiano salame e lambrusco offerti da un devoto produttore. Un bel sincretismo di crapula e ascesi, purificazione e depurazione termale, Sutra e melodramma. Insomma un paradosso simile a quelli che l’ aneddotica Zen maneggia da secoli.
L’ abate Guareschi veramente si definisce: “un prete Zen avviato sul sentiero del fallimento totale”, ma occorre sempre filtrare ogni sua parola, potrebbe nascondere l’ enigma, la contraddizione, la trappola che dovrebbe suggerire all’ allievo la via verso l’ illuminazione. Nel 1983 il Maestro Narita Shûyû Roshi del Tempio di Tôdenji, in Giappone lo ha riconosciuto come legittimo discendente in linea di successione ai Buddha Patriarchi della Scuola Zen Sôtô. L’ anno successivo sulla collina di Bargone, tra Fidenza e Salsomaggiore, Fausto-Taiten fonda Shôbôzan Fudenji, che è il primo monastero italiano di quella specifica Tradizione Zen.
Chissà se esiste possibilità di stabilire i percorsi sotterranei della geografia del sacro, ma sta di fatto che lassù, dove oggi vanno frotte di patiti e curiosi a meditare e vedere i buddisti, nella seconda metà del milletrecento si poteva assistere, con lo stesso stupore, alla meditazione del Beato Orlando De’ Medici. Uno strano anacoreta che per 26 anni non si cambiò mai d’ abito, si tramanda che passasse il tempo in piedi su una gamba sola a guardare il sole di giorno e la luna di notte.
Oggi a Fudenji vive stabile una piccola comunità di una decina tra monache e novizie, a tutti gli effetti si osservano rigidamente le regole della vita monastica di qualsiasi convento Zen in Giappone. Sveglia alle quattro di mattina, con la campana che chiama per la meditazione. Nella sala del Dojo si sta immobili alla ricerca del vuoto assoluto, ognuno inginocchiato sul tatami che è il luogo dove si medita, ma anche si dorme e dove stanno riposte le uniche proprietà del monaco, oggetti e abiti rituali. Per chi si distrae cala Il kyosaku, il bastone con il quale il maestro Zen colpisce il proprio discepolo. Il colpo è forte, a volte doloroso, ma può servire anche quello per arrivare al Satori, il momento dell’ illuminazione. “Il Maestro Guareschi ne faceva un buon uso, ma forse oggi un pò meno” dice Rosella Myoren, da Camerino. Rasata e ordinata monaca da sette anni, concilia la pratica Zen con la crescita dei figli. Ha affittato una casa a Salsomaggiore assieme a Vera Myosen, altra monaca teologa ex insegnate pensionata. E’ stata capace per tutti gli anni del noviziato di alzarsi di notte, andare a fare meditazione Zazen a Fudenji, tornare a casa alle sette per preparare la colazione ai figli che dovevano andare a scuola. L’ ispiratore di tale amor folle per la perfezione spirituale ha origini contadine, Taiten Guareschi nasce a Toccalmatto di Fontanellato, nel 49. Quasi omonimo di Giovannino, ne coltiva il mito: “tutto il Mondo piccolo è intriso di Zen!” Figlio di un fabbro, da bambino sente parlare per la prima volta della lotta giapponese tramite un opuscolo che spiega i “cento colpi segreti per difendersi da ogni avversario”. Ha solo 15 anni quando Febo Conti, alla tv dei ragazzi, fa vedere un servizio su una scuola di judo di Busseto. Fausto capisce che la sua strada è quella. Inizia la pratica e arriva a diventare campione nazionale dei pesi medi, ma assieme alla passione per il Giappone cresce in lui l’ ansia di ricerca religiosa. Il maestro Zen di Fidenza si è sempre considerato un diligente figlio della sua cultura cattolica, fino a che nell’ ambiente del Judo nel 1969 a Milano conosce il maestro Taisen Deshimaru Roshi, il pioniere dello Zen in Europa. Inizia con entusiasmo la sua formazione e nel 75 viene ordinato monaco. Per tredici anni fa la spola tra Fidenza e Parigi, dove si trova la casa madre del suo ordine: “Mai vista la torre Eiffel. Per me Parigi era un quartiere di Fidenza. Salivo alla nostra stazione e scendevo alla Gare de Lion, andavo solo alla scuola Zen che si trovava nel 13° Arrondissement”. In quegli anni, a volte, divide la sua condizione di pendolare dello spirito con illustri compagni di viaggio come Giammarco e Letizia Moratti.
Quando nel 1984, facendo debiti, comincia a costruire il monastero in collina, lo chiama il vescovo e gli dice: “ma non vorrai mica portarmi via le pecorelle?” Fausto allora pensa bene di farlo incontrare con il suo maestro giapponese, quello si presenta all’ uomo di chiesa pensando di fare un incontro alla pari, tra capi religiosi. Non viene preso sul serio, il Vescovo offre da bere all’ esimio abate buddista come se fosse un semplice turista di passaggio.
“I primi anni c’ era qualcuno che ci vedeva come nemici- racconta Taiten Guareschi.- il parroco di Poggio, dalla collina di fronte al tempio, ci mandava la messa a tutto volume con gli altoparlanti diretti verso di noi, ma non ci dava fastidio. Al contrario i benedettini della Badia di Torre Chiara dal 76 all’ 82, fino a quando abbiamo avuto una sede ufficiale, ci prestavano i loro locali per le nostre cerimonie, siamo arrivati ad essere 120 !”
Vado con lui a salutare il parroco di Scipione Castello a pochi chilometri da Fidenza. Don Tagliaferri è un teologo, insegna alla Cattolica di Milano e a Padova. La sua canonica è un capolavoro. Sembra uscire da una rivista di case da sogno. Travi a vista, pavimenti di pietra e mobili di design che sono quasi opere d’ arte. Ci sediamo tra quadri di Schifano, Matta e Warhol. Il prete scambia qualche battuta con il monaco Guareschi, discutono dei funerali del Papa in tv e di epistemologia liturgica. I due parlano con la stessa inflessione che avevano Gino Cervi e Fernandel, ma in questo film è impossibile stabilire chi faccia la parte di Peppone e chi di Don Camillo. Comunque quest’ ultima Pasqua, a quanto mi dicono, alla veglia del sabato santo in quella chiesa c’ erano più buddisti Zen che cristiani.
Solo con esempi diretti come parabole buddiste è possibile darsi conto dei tanti paradossi. Mi si cita, come prova illuminante di una saggezza che non vede onta nel compromesso, il Mario Tanzi, morto da pochi anni. Era un inventore di Fidenza, a lui si deve il brevetto dei sedili ribaltabili che dicono abbia venduto alla Fiat. Già anziano si era sposato una mulatta bellissima. A chi ironizzava sul temperamento irrequieto della giovane moglie rispondeva: “ l’ è meil magner una bona turta in cinco che una merda da lù” (mi si scusi la trascrizione a orecchio). Una filosofia di vita racchiusa in brevi massime fulminanti che somigliano tanto all’ apparente paradosso del Koan, l’ aneddoto equivoco che ogni maestro Zen usa per stimolare l’ allievo e, allo stesso tempo, per frenarne i cascami razionali che impediscono l’ accesso al Satori, il vuoto assoluto. Può darsi che non esista palestra migliore, per arrivare alla percezione dell’ assenza del mondo, che la nebbiosa e carnale terra del lambrusco e del culatello. Per ribadire la meraviglia dei nuovi ibridi culturali e religiosi basta spostarsi ancora di più verso le rive del Po. A Novellara il cinque per cento delle anime si raccomanda a un dio non cristiano. Da quelle parti si può dire che il Parmigiano sia stato salvato dagli immigrati sikh, unici ancora capaci di trattare le vacche. Hanno costruito in un capannone il loro tempio, il Gurudwara Singh Sabha. Girano con i turbanti colorati, i capelli lunghi e le barbe. Alla domenica vanno anche gli emiliani purosangue a seguire le loro cerimonie, piccole feste dove si mangia vegetariano e si beve acqua. Tale e quale alle domeniche del monastero di Fudenji dove vengono da Milano, ma anche dalla Svizzera, per ascoltare l’ omelia del maestro Guareschi. Come pure, sempre a Novellara, per tunisini e marocchini c’ è la moschea e due macellerie islamiche. I musulmani nella bassa hanno generato figli e stretto matrimoni misti. Per l’Aid Al-Adha, la ricorrenza del sacrificio di Abramo, possono anche arrostire il montone nella piazza dell’ Unità.
In quel Comune lavorano anche tanti cinesi, ma per loro ancora non ci sono preti buddisti e quando qualcuno della comunità chiede conforto religioso spesso chiamano in trasferta da Fidenza Taiten Guareschi. Il monaco Zen officia in giapponese, ma in fondo è sempre buddista e per i cinesi non fa differenza. Quando serve, qualcuno cerca sulla guida telefonica e fa il numero di Fudenji non sapendo a chi altro rivolgersi. Una volta, di notte, chiamano al convento dall’ ospedale di Parma. Una famiglia di ristoratori cinesi di quelle parti era rimasta vittima di un incidente d’ auto. Un bambino di cinque anni stava morendo e i genitori cercano un prete buddista. Partono due monache da Fidenji. All’ ospedale trovano una situazione tragica. Per il cinesino non c’è speranza. I medici a mezzanotte staccheranno i tubi che lo mantengono in vita artificiale. La famiglia non ne vuol sapere, per loro è vivo l’ interprete non riesce a far afferrar loro il concetto della morte clinica. Hanno telefonato ai parenti in Cina e gli hanno detto che Buddha farà il miracolo in tre giorni e loro pretendono che si aspetti. Come arriva la mezzanotte invece i medici spengono le macchine. Urla e disperazione, ma quando, dopo solo venti minuti, il bambino assume l’ aspetto di un cadavere di tre giorni, si placano e si rassegnano. Una devota di Fidenji inizia la cerimonia di fronte un piccolo altare di fortuna, la madre tira fuori dalla borsa una merendina del figlio morto, è il sacrificio a Buddha che va fatto in questi casi. Il bambino cinese viene così accompagnato all’ altro mondo da una monaca Zen, marchigiana dal capo rasato, che recita Sutra in giapponese. Il giorno seguente c’ è il funerale. Nevica, ma davanti alla casa dei cinesi si sono radunati tutti i vicini, persone del posto. La cerimonia funebre è ufficiata dai monaci Zen di Fidenza che cantano formule rituali in giapponese. Naturalmente non possono capirne il significato né cinesi né italiani, ma tutti colgono il sapore del sacro che è universale. Alla fine ogni partecipante, emiliano, cinese o neogiapponese, trova naturale bruciare il suo granello d’ incenso su un braciere. In quella terra esistono riti in cui è impossibile non capirsi, anche se si parlano lingue diverse. Di solito il tutto si celebra sulla tavola apparecchiata, o dentro un letto. In questo caso si era davanti a una bara, ma funzionava lo stesso.

Gianluca Nicoletti (La Stampa 16/1prile/2005)




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