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8 giugno 2005

I Diavoli Neri

 

   I Diavoli Neri fecero parte di una piccola armata che combattè dalla parte dello Zar per difendere dai bolscevichi la ferrovia Transiberiana, la loro avventura fu esotica e feroce come una saga di Corto Maltese. Tra il 1918 ed il 1920, una guerra civile spietata e sanguinosa lacerava la Russia. Un feroce scontro vedeva contrapposte l'Armata Rossa, sotto il comando di Trotzkij, e l'Armata Bianca controrivoluzionaria. Entrambe le parti si distinsero per episodi di estrema crudeltà. Si era appena conclusa la Grande Guerra e alcune grandi potenze come l’ America, l’ Inghilterra, la Francia e il Giappone, per vari motivi strategici pensarono di inviare truppe a sostegno dei combattenti Bianchi. Anche l’ Italia non volle tirarsi indietro, Nell' estate 1918 il Governo Orlando decise di inviare un corpo di spedizione in Estremo Oriente, valutando che nostro paese avrebbe ricavato da quella partecipazione un sicuro vantaggio politico.
    I soldati che partirono dall’ Italia appartenevano ai "battaglioni neri" così chiamati perché portavano le mostrine nere degli Arditi, ma una volta iniziata la missione furono ribattezzati dai loro ufficiali con il nome di battaglia, sicuramente più immaginifico, di "Diavoli Neri". Le province siberiane dove sarebbero stati destinati, erano insanguinate da una spietata guerriglia con bande armate di Bolscevichi che facevano continue operazioni di disturbo contro le retrovie dell’ esercito filo zarista. L’Armata Bianca dell’ Ammiraglio Alexandre Kolciak aveva bisogno estremo della Transiberiana che assicurava i rifornimenti necessari per continuare a contrastare il nemico rosso impegnato verso la conquista di Vladivostok. Ai nostri soldati fu affidato il compito di presidiare i tratti di quella ferrovia che erano costantemente sotto attacco.
    Il corpo di spedizione italiano comandato dal Colonnello Fassini Camossi, prima di arrivare in Siberia fece una prima tappa in Cina, nella Concessione italiana di Tien-Tsin. Mezzo chilometro quadrato con Consolato e caserma, che l’ Italia aveva avuto come indennizzo dalla Cina nel 1902, per aver partecipato alla spedizione Internazionale contro i Boxer in rivolta.
    A Tien Tsin il contingente ingrossa le sue file con gli irredenti che avevano appena giurato fedeltà al Re d’ Italia. Si trattava soprattutto di trentini e giuliano dalmati ex sudditi dell’ Impero Austro-Ungarico. Come nemici della Russia, erano stati chiusi in campi di prigionia e vagamente classificati come "Talianskj", erano stati successivamente "liberati" dopo la decisione scelta di diventare italiani veri e propri e di conseguenza anche alleati. La loro lberazione avvenne in più fasi e attraverso una complicata operazione di recupero, partita da Torino nell’ estate 1916, condotta dal maggiore piemontese Cosma Manera. Molti di loro, più fortunati, erano riusciti ad essere rimpatriati in vari scaglioni attraverso l’ Estremo Oriente, ma quando non ci furono più navi per tornare a casa, quelli che rimasero fuori furono convinto ad arruolarsi nelle speciali formazioni dell’ esercito italiano al fianco dei Russi Bianchi. Diventarono anche loro Diavoli Neri, ma per capire la confusione di quel frangente è comunque bene sapere che un’ altro battaglione, sempre di Trentini, che evidentemente vedeva di buon occhio la rivoluzione d’ ottobre, scese in campo sul fronte opposto a sostegno dell’ esercito dei Rossi. Delle storie curiose degli ex prigionieri nella Rivoluzione d’ Ottobre ha parlato per primo Mario Rigoni Stern in un pezzo su "La Stampa" dell’ 11 aprile 84.
    Italiani recenti e antichi, tutti sotto le insegne di Diavoli Neri, dalla Cina si imbarcarono quindi alla volta di Wladivostok. Da questa città, saliti sulla Transiberiana, affrontarono un viaggio in treno di ventiquattro giorni a una temperatura tra i trenta e quaranta gradi sotto zero per arrivare finalmente a Krasnojarsk, nel cuore della regione. In quel posto sperduto iniziò la missione vera e propria fatta di scaramucce e combattimenti nella taiga contro le formazioni dei Bolscevichi. Si trattava di una guerra spietata fatta di massacri sistematici, fucilazioni di massa e violentissime azioni repressive per rappresaglia. Gli Italiani fecero comunque il loro dovere di bravi soldati, anche se dai diari di chi tornò non era poi tanto chiaro quanto fu influente la loro presenza in quel posto. Furono richiamati in patria nel agosto 1919, si era capito per come stavano andando le cose la loro missione non aveva molto più senso, infatti sei mesi dopo le truppe di Kolciak furono liquidate, l’ Ammiraglio Bianco fu fucilato e il fronte bolscevico si aggiudicò la vittoria finale. L’ avventura dei Diavoli Neri non era però finita con l’ abbandono della Siberia, prima di essere rimpatriati furono trattenuti nella Concessione Cinese in quarantena per altri sei mesi, in quel periodo la tubercolosi fu letale e molti di loro terminarono il viaggio nel cimitero italiano di Tien-Tsin. Francesco Saverio Nitti, che subentrò a Orlando dimessosi a metà giugno 1919, fece rientrare in patria i soldati italiani, abbastanza in sordina con tre piroscafi presi in noleggio ai Giapponesi.


Il ritorno in patria
    Le cronache del tempo raccontano che quando i Diavoli Neri se ne andarono da Krasnoiarsk, lasciarono ai siberiani le loro batterie, muli compresi e in cambio si portarono via come ricordo degli orsi. Era probabile che fosse anche in ossequio a un’ immagine molto dannunziana, quella del guerriero con una fiera accanto, il motivo per cui i nostri si presero su i cucciolotti, immaginavano forse un ritorno in Patria senza risparmio di panoplie e gloriose allegorie. Per la storia due di questi animali, una volta in patria, sarebbero stati messi in gabbia per la curiosità dei bimbi allo zoo di Trieste, un altro invece approdò al giardino zoologico di Roma. Forse i reduci si aspettavano di essere accolti allo sbarco come eroi, con medaglie e fanfara, ma la loro delusione fu atroce, non c’ era nessuna autorità ad aspettarli, dovettero scendere dalla nave con la bandiera chiusa nel fodero, gli orsi probabilmente nella stiva e con le sole acclamazioni dei marinai giapponesi che li avevano riportati in patria.
    Il primo aprile del 1920, furono soprattutto i Diavoli Neri che attraccarono al porto di Napoli, dopo 40 giorni di navigazione a bordo del piroscafo France-Maru, a rendersi conto che he erano andati fino in Siberia a combattere i "Rossi" , ma erano tornati in patria proprio al culmine di quello che fu chiamato "il biennio rosso". Due anni di disordini, scioperi e occupazioni di fabbriche. Forse proprio per quel clima il governo Nitti non volle dare nessun rilievo al loro rientro, l’ aria era cambiata e per chi adesso comandava era imbarazzante la presenza di italiani che in fondo avevano combattuto contro gli ideali rivoluzionari del socialismo. Ai Diavoli Neri approdati a Napoli qualche giorno dopo fu ordinato di stiparsi in un vagone ferroviario di terza classe che li avrebbe portati a Piacenza. Si fermarono a Roma per una notte e la mattina del sette aprile sarebbero dovuti ripartire per Livorno, ma qualcosa rallentò il viaggio. La situazione da quelle parti era incandescente, sicuramente il passaggio dei Diavoli Neri, armati e agguerritamente anti bolscevichi, rischiava di alimentare i disordini che un paio di giorni prima avevano funestato il bolognese, era appena circolata la notizia del famoso sciopero di Decima di Persiceto dove ci furono sparatorie e sette braccianti morti. Per questi motivi a Follonica fu sganciato il vagone dove i soldati erano stati accatastati, i ferrovieri non volevano farli proseguire per solidarietà con gli scioperanti. I Diavoli abituati a ben altri cimenti, iniziarono allora a minacciare di far saltare in aria la stazione, il tenente Bianchi infine ordinò di innestare le baionette e riuscì "convincere" il capostazione, un manovale e due controllori a riagganciare il vagone. Quando arrivarono a Livorno il treno fu circondato da una folla di dimostranti che pensava che i Diavoli fossero destinati a reprimere le sommosse operaie, fu duro riuscire a convincere la folla inferocita che erano militari che stavano per essere congedati, intervennero i Carabinieri e fu necessario mostrare i fogli matricolari per riprendere il viaggio. Il giorno dopo arrivarono al deposito di Piacenza, qui ottennero il congedo. Come era prevedibile, gran parte dei reduci dalla Siberia corse ad iscriversi ai primi fasci di combattimento. Da diavoli neri a camice nere in fondo per loro il passo fu breve.
    (Per una storia dell’ impresa militare dei Battaglioni Neri si può leggere l’ opera ricca di foto, cartine e documenti originali del Generale Antonio Mautone: "Trentini e Italiani contro l’ Armata Rossa"; editrice TEMI, Trento 2003)

Appunti di guerra di un Diavolo Nero
    Luigi Stracciari era uno dei sessanta volontari, tutti giovanissimi (classe 1900) del 7° Genio Telegrafisti che verso i primi d’ ottobre del 1918 lasciarono Mantova diretti in Estremo oriente per Raggiungere i Battaglioni Neri e due anni dopo fecero il mesto ritorno a Napoli. Erano tutti appena diciottenni e già impregnati di eroici furori, per una sola classe di leva avevano perduto la possibilità di coprirsi di gloria nella Grande Guerra come i "ragazzi del ’99" e vedevano in questa campagna un’ottima occasione per loro battesimo di sangue. Luigi, che morì a soli 40 anni, era il figlio di Riccardo Stracciari, un famoso baritono interprete di Rossigni e uomo di grande fascino. Fu lui a portarsi dietro uno dei famosi orsi e a donarlo allo zoo di Roma. La nipote Maria Rosaria Nappi ancora ricorda di aver sentito parlare di quell’ orso memorabile nei racconti di sua nonna, l' animale si chiamava Miska e visse almeno fino al 1940. Stracciari, tornato dalla spedizione, si stabilì a San Remo dove si impegnò in come pittore, illustratore, scenografo e costumista teatrale. Il suo diario della campagna in Siberia è stato recuperato dalla nipote assieme a numerosissime fotografie, che lui scattava con una delle prime macchine fotografiche portatili, oltre a qualche copia unica del giornalino che ciclostilavano a Tien Tsin. Durante il viaggio di ritorno, nei sei mesi che passarono alla Concessione Italiana i Diavoli Neri, forse per passare il tempo, forse per consegnare a memoria futura la loro impresa avevano pensato a un loro house organ fatto di piccoli aneddoti di vita quotidiana e ricordi delle atrocità viste in Siberia. Stracciari lo illustrava con vignette e caricature sotto lo pseudonimo di "Naso", il giornale raccontava vicende di truppa, storie di donne (quasi sempre sognate), aneddoti vari. Nel diario invece sono raccolte molte annotazioni personali, ma anche cronache di momenti drammatici di combattimento. Racconta Maria Rosaria dei ricordi del nonno: "da bambini ci impressionava moltissimo soprattutto la foto di un uomo scuoiato, si trattava di una spia a cui i russi fecero questo trattamento. Il nonno fotografava tutto, da un posto in cui aveva subito un’ imboscata, a una baracca dove c’ era stata una strage feroce, a immagini della Cina con lui seduto sul risciò. Attorno a queste foto si costruivano i racconti che ci faceva mia nonna." Ci fu però un lungo periodo in cui il diavolo nero Stracciari non scrisse nulla sulle pagine del suo diario: "la nonna ci disse che il vuoto si riferisce a quando il nonno era stato ferito in combattimento: scoppia una bomba e lui sviene. Quando riprende i sensi si ritrova la faccia infilata nel cranio spappolato del suo migliore amico. Per lo choc restò settimane senza riuscire a parlare."
    Le foto, i disegni e le cronache di Luigi Stracciari, che qui anticipiamo, saranno al centro di un, iniziativa sui Diavoli Neri che il Museo Centrale per il Risorgimento prossimamente proporrà a Roma.

(Manciuria 22/1/19 ) "Alle 5 di mattina all’ armi: due sentinelle giapponesi di guardia ad un magazzino vengono assassinate, davanti alle nostre guardie, a colpi di rivoltella: Invano i miei compagni con due squadre di soldati giapponesi cercano per ben tre ore gli assassini: Invisibili!"
(Krasnojask 9/2/19) La vita in continuo pericolo (ogni giorno fatti di saccheggio e devastazione) e la fame spaventosa: Bande di avventurieri padroneggiavano frammischiati ai bolsceviki. Le barbarie commesse da questi fanatici sono feroci e indefinibili; vecchi, bambini, donne trucidati allo scopo di rubare pochi rubli. Fanciulle che si lasciavano violare per salvare la madre o il padre, perdendosi poi per non perdere la vita.
Karascò italiscki ja vi liubliu ( Bravi italiani! Io vi amo) : Questa frase è molto comune e spesso si sente dire all’entrata dei nostri in qualche ritrovo: Dopo l’arrivo del corpo di spedizione le studentesse di Krasnojask fecero dimostrazioni perché la lingua italiana sia insegnata almeno nelle scuole superiori."
(Krasnojask 18/5/19) Più di cento treni hanno deragliato. Si sapeva che bande bolsceviche, o meglio dei briganti , facevano scorrerie lungo la linea; ma si ignorava assolutamente numero. Solo da pochi giorni i comandi sanno che più di cinquanta bande sono lungo la Transiberiana, organizzate magnificamente, tutte in comunicazione con il grosso accampato nella foresta. I commissari bolscevichi, che non sono pochi, reclutano di continuo uomini e hanno una fabbrica di munizioni con grandi magazzini di materiale e di viveri: Tutto ciò è sorto di nascosto nell’ immensa foresta trasformata in veri villaggi, dove la banda vive con le donne e i loro figli: La popolazione di Krasnojask è invasa dal terrore: nelle vie non c’è anima viva e tutti sono in casa con le imposte chiuse e le porte barricate.
Gianluca Nicoletti (LA STAMPA 4marzo2005)




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