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17 giugno 2005

La professoressa e l' ergastolano

    Nell’ antica fortezza spagnola di Porto Azzurro c’ è un cortile adattato a liceo. I murales dipinti dai detenuti-studenti vorrebbero far assomigliare quel budello con reticolato alla facciata di una scuola qualunque. Hanno scritto quanto sia bella la libertà, dipinto arcobaleni e soli splendenti, si fa finta che, almeno in quell’ angolino, non ci siano le sbarre, le telecamere di sorveglianza, le guardie che circolano. Questa è la scuola dei carcerati, anche di quelli che a scuola non ci sono mai stati. Gli undici insegnanti sono tutte donne, ad eccezione di Marco, un timido professore di matematica. Al momento gli studenti del liceo sono una sessantina, su 250 “ospiti” di Porto Azzurro, in seconda classe c’ è Pietro, un siciliano avanti negli anni, è il primo a rompere il ghiaccio: “si, io studio ma a che mi serve? Quando esco di qua mi aspetta lo zappone.” Passando sul personale, mi dice che sono 15 anni che non va più a letto con la moglie. E’ il problema più delicato per tutti, si apre all’ istante un dibattito sull’ affettività in carcere, le visite, i permessi. E’ un tema in cui gli studenti possono vantare una triste competenza. I magrebini parlano delle carceri spagnole, chi ha visitato quelle tedesche dice la sua , chi invece ha soggiornato nelle galere di Francia parla di come se la passano riguardo agli incontri con mogli e compagne. Le professoresse stanno a sentire, su questo argomento è chiaro che sono i detenuti a salire in cattedra. Matteo il bibliotecario calabrese tra qualche giorno avrà il suo primo permesso, dopo 25 anni, sono solo otto ore di libertà vigilato da un assistente. Rivedrà la vecchia madre, farà una passeggiata al porto. Nemmeno lui sa come passerà quelle prime otto ore fuori da qui. L’ insegnante di italiano gli ha chiesto di scrivere un diario delle sue sensazioni, ma lui è un po’ confuso anche se confida di non aspettarsi di trovar sorprese, già ha seguito la televisione in questi anni e pensa di sapere tutto del mondo dei liberi. Guardare la tv però non basta a riempire il vuoto d’ esperienza del tempo che è passato, un’ insegnante mi racconta che a lei degli studenti hanno chiesto di poter vedere gli euro, ne hanno sentito parlare molto, ma vorrebbero anche prenderli in mano. Approfittando del clima informale Bouflouse, gigante scuro di Casablanca, tenta con delicata determinazione di impietosire l’ insegnante di lettere, Elena che invece è bionda e minuta. Secondo lui sul registro sono scritti due 6 ½ e un 4, non vorrebbe essere rimandato, ma l’ altra è inflessibile. Nel gruppo dei magrebini siede Pure El Bustami, anche lui della provincia di Casablanca mi snocciola i problemi degli stranieri, si sentono svantaggiati rispetto agli altri detenuti italiani, però una volta seduti al banco la parti si invertono. E’ lampante, un marocchino baccalaureato alla scuola francese ha basi molto più solide di un italiano, anche se questo ha studiato in una grande città. So che molti tra quelli che vedo scherzare possono aver ucciso, rapinato, spacciato droga, ma qui sembrano tornati tutti ragazzi, vanno a lamentarsi dall’ insegnante se qualcuno ruba loro la penna, anche se potrebbero tranquillamente scrivere un trattato sulla rapina a mano armata.
    “Siamo una scuola come le altre mancano solo i colloqui con i genitori e le gite di fine anno!” Licia Baldi è l’ assistente che dopo 12 anni di insegnamento volontario è riuscita a far aprire otto anni fa all’ interno del carcere questa sezione di Liceo scientifico aggregata al Foresi di Portoferraio. Ancora oggi, tra gli insegnanti che per graduatoria vengono assegnati al carcere, la maggior parte rifiuta. Chi accetta però scopre che oggi, per un professore di liceo, la miglior maniera per essere ascoltato e rispettato dagli studenti è quella di andare ad insegnare ai carcerati. Di questo è certa la bella signora bruna, è la coordinatrice Angela Salituri, anche lei anni fa aveva paura ad entrare a Porto Azzurro: “la prima volta ero terrorizzata, insegnavo disegno tecnico e avevo solo un’ ora a settimana, ma tremavo quando vedevo i compassi girare tra i banchi” Ora però si sente a casa sua e si può permettere di far la burbera e l’ intransigente con gli omoni pieni di tatuaggi che, strizzati nei banchetti, le rinfacciano sorridendo i giudizi severi. “Sono emozioni anche per noi vedere un cinquantenne felice quando riesce a trovare nel vocabolario la parola giusta per la versione- mi dice Silvia che da sette anni insegna latino ai carcerati- anche loro sono cambiati, molto dalla prima all’ ultima classe.”
    Non posso fare a meno di chiedere qualche conferma su un’ indiscrezione maligna che mi è arrivata all’ orecchio: tre anni or sono una professoressa si sarebbe fatta sorprendere da una guardia in “atteggiamenti di affettività fisica” con un detenuto. Cade un po’ d’ imbarazzo tra le insegnanti, ma la più anziana ammette: “ Si, purtroppo il problema c’ è stato…” Una loro ex collega sembra sia stata colta da passionalità non proprio professionale per un suo alunno, naturalmente bello grandicello. Subito è stata allontanata dalla scuola e di quella storia non se ne parla più. Non riesco a scandalizzarmi, se non fosse per le inferriate è difficile immaginare che ci si trovi tra carcerati. E’ raro respirare un clima di amor cortese così palpabile come in queste classi. Molte insegnanti sono ragazze, o donne molto giovani e graziose. Nicoletta, di storia e filosofia, è quasi vamp col suo caschetto platinè e i jeans a vita bassa. Potrebbe essere scambiata per una liceale, si… magari un po’ ripetente. Mi dicono che al momento dell’ incarico a tutte raccomandano di evitare al massimo nell’ abbigliamento e nel trucco segnali che potessero essere interpretati come provocatori, anche se a qualcuno non basta nemmeno questo: “e’ capitato solo una volta che un alunno di fede islamica dicesse a una di noi che per la sua religione doveva considerarla una donna impura -racconta un’ insegnante- ma un po’ scherzava, la collega aveva un vestito quasi monacale”. Quando ci si accorge che gli studenti si tirano a lucido per sedersi su quei banchi, è chiaro che venga voglia di ricambiarli curando l’ aspetto un po’ più del solito, per questo qui per tutti andare a lezione è un po’ una festa. “Nessuno li conosce come noi –prosegue la decana- siamo l’ istituzione che abbiamo un contatto più stretto, sa gli assistenti sociali sono a Roma, il Magistrato a Livorno, noi passiamo un grande tempo con i ragazzi”. Si capisce che lei sia entusiasta, quel liceo è la sua creatura, ne è convinta a punto tale che la bella Valentina che insegna italiano e latino è la sua figliola, ha preso il testimone dalla madre e declina alla grande, anche se il latino per quei ragazzi è certamente un po’ ostico, soprattutto per chi ha conosciuto l’ italiano solo in carcere. Zang, il cinese che è venuto da Shangai per infilarsi in una brutta storia con il morto, ora siede all’ ultimo banco e sente parlare la lingua di Cicerone forse per la prima volta, ma non è un problema., lui ha imparato l’ italiano a tempo record in una prigione di Napoli, se solo volesse già parlerebbe latino fluente. In fondo a vederli sembrano solo giovanottoni cresciuti in fretta, di fronte a me favoleggiano dei pasticcini del rinfresco di fine anno come un evento che li riempe di gioia. Molti di loro dietro deodoranti, dopo barba e gran spolvero per le loro professoresse, si portano storie che hanno alimentato cronacacce di ogni tipo.  
   Nella classe della terza, allegro e scanzonato nell’ ultima fila, sorride David Moneypenny. La sua aria beffarda non gli è stata di aiuto al processo Sembrava uno sfoggio di cinismo, ma lui è così anche adesso. Molto si scrisse su quel giovane anglo olandese di ottima famiglia, ha ucciso a Milano nel luglio del 1999. Durante una rapina ha sparato al gioielliere Ezio Bartocci e lo ha freddato davanti agli occhi della moglie. Era titolare dell’inchiesta Ilda Boccassini, lui fu condannato a 30 anni. Ora spera di poter scontare l resto della sua pena in Olanda dove ha famiglia, ma intanto ingaggia con la professoressa Elena una conversazione sul perché Lucifero per il sommo Dante stia in mezzo al ghiaccio, non tra le fiamme come per il resto dell’ inferno. Al primo banco, timido ed educatissimo Fiorenzo Alfano, il ciabattino di Erba. Condannato a 24 anni con l’ accusa di aver sgozzato la cugina Marisa Fontanella per passione non corrisposta. Si è sempre dichiarato innocente, ma una carota lasciata accanto al cadavere fu l’ indizio che portò gli inquirenti alla conclusione che il colpevole fosse un erotomane, a casa di Alfano fu poi scoperta una collezione di falli artificiali artigianali di cui uno costruito proprio con una carota e questo particolare non gli giovò. E’ un volto noto ed è nota la sua storia solo perché la più recente televisone fanta-criminologa lo ha messo al centro di una lunga intervista. Se non avesse raccontato tutto davanti alla telecamera, anche che sua moglie da fuori ha chiesto il divorzio, sarebbe qui solo uno dei tanti, educati e agghindati, che portano all’ insegnante un fiore cresciuto in cella per convincerla a non affibbiargli un “debito” per settembre. Quello che stanno pagando con il carcere forse per loro già basterebbe. “A volte non abbiamo cuore di accanirci, certo se è necessario che ripetano l’ anno noi bocciamo, ma sono casi rari e in fondo prendere la maturità un anno dopo non è un dramma per chi deve passarne almeno venti qui dentro.” Questo lo dice sempre Elena, non mi nasconde la sua soddisfazione di essere finalmente seguita quando spiega letteratura e poesia. Una bella differenza con i licei cittadini, tutti bravi ragazzi, tutti di rispettabilissima famiglia, ma in classe sono spesso strafottenti, prendono in giro l’ insegnante e capita che si possa avvertire una loro certa allergia al sapone.
    Mentre lei parla Antonio, un altro siciliano, la guarda con silente rispetto. Non so perché lui sia finito a Porto Azzurro e quanti anni ancora ci resterà, ma credo di aver capito perché siede al suo banco di scuola. Tempo fa in classe si era messa mano ai sonetti di Petrarca e mentre leggeva ad alta voce : “piaga per allentar d’arco non sana.” Si è commosso e quasi gli è venuto da piangere. Forse per Laura? Chissà… Anche il tormento per le ferite di Cupido è un suo segreto di carcerato.

Gianluca Nicoletti (LA STAMPA del 12 giugno 2005)




permalink | inviato da il 17/6/2005 alle 10:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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