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La magnifica protesi: luogo post umano dove si esprime l' avatar bitser Scarfiotti. Il protagonista del libro "Le vostre miserie, il mio splendore". 


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19 giugno 2005

Tutti Zorro

 

   A qualcuno non andrà giù che il nuovo libro “Zorro” di Isabel Allende sia il primo dei dieci più venduti in Italia in questa settimana. Questi non potrà essere che Zorro stesso. L’ eroe mascherato ha già fatto sentire la sua voce da un sito di protesta anti Allende (www.zorro-libre.org). Con la sua Z on line se la prende di brutto con donna Isabel, lancia un’ invettiva multilingua (anche in latino) dove ribadisce il fatto che Zorro sia un sogno che appartiene a tutti e non può essere vincolato dal diritto d’ autore: “Io sono di chi mi ha sognato. Di chi ha sperato che arrivassi. Di chi ha creduto di vedermi in una notte di luna.”
    Lo spadaccino nero forse non ha mandato giù un’ intervista, pubblicata sul sito dell’ Editore Feltrinelli, dove l’ Allende racconta come le fu proposto di scrivere un romanzo sulla vita di Zorro: «un giorno, nell'estate del 2003, alcune persone arrivarono a casa mia e affermarono di essere i proprietari di Zorro, il personaggio con la maschera, la spada e la frusta (…)” Il gruppo era guidato da mister John Gertz. Suo padre nel 1920 aveva comprato dall’ autore semi sconosciuto tutti i diritti di sfruttamento della storia di don Diego della Vega, ma dopo film, telefilm e fumetti, lui voleva coprire la lacuna di un vero romanzo sul vendicatore della California.
    L’ Allende sulle prime rispose picche: "Di cosa state parlando? Sono una scrittrice seria, io". Poi si lasciò convincere. Intuì che Zorro avrebbe “tirato”, tutti sapevano chi fosse: “Zorro è conosciuto in tutto il mondo -come ebbe modo di riflettere poi la scrittrice- in Cina, il 64% della popolazione, e generazioni molto lontane tra loro, sa chi è Zorro.” Oggi però lo stesso Zorro non gli perdona quel suo primo moto di snobismo e dal sito aleggia la sua minaccia più beffarda, quasi gli frema sulla punta della spada: “Chi è mai questa autrice seria? Sappia che io non voglio la sua passione pelosa. Conosco altre passioni. Sono Zorro. Zeta sul sedere di Gertz, dunque, e di tutti i suoi soci. Zeta sul sedere dei suoi avvocati e dei suoi commercialisti. Niente zeta invece per la Allende, ma solo perché è una signora.” (Minime zethum autem in Allende clunibus: matrona est. Per chi prediligesse tra le versioni del messaggio quella in latino). La storia che rielabora Isabel Allende è nota ad almeno tre generazioni di spettatori dei telefilm della Disney: “La spada di Zorro” la loro produzione iniziò nel 57 li abbiamo visti e rivisti, da qualche anno anche colorati. Struttura basica e senza sorprese: il bene vince il male perde, con Zorro nel cuore si cresceva immaginando che fosse veramente così.
   In fondo quella dell’ anonimo Zorro è solo una critica sul web, che è come fosse scritta sull’ acqua. Si sa che il mercato non può fermarsi a riflettere su tali minuzie, ma proprio perché sono stato Zorro anche io posso capire la protesta. Basta correre con la memoria a giochi di fanciulli per ricordare come il suo sia il vestito da eroe più a buon mercato, un cappello di cartone una mascherina e una spadina di plastica bastano a trasformare in mito mascherato ogni individuo. Chi mai non ha indossato il vestito di Zorro almeno una volta da bambino, tornare a farlo da adulti è un esercizio salutare per chi ancora abbia voglia di immaginare che i torti potranno essere raddrizzati.
   Qualcuno lo ha già scritto, quindi tanto vale che anche io faccia il mio bravo coming out. Un anno fa al secondo raduno mondiale degli Zorro c’ ero anch’io. Mi accodai con moglie e figli a qualche migliaio di adulti seguendo la scia dell’ inno che più o meno diceva: “Con la spada stretta in mano tutti Zorro a Oristano” Ancora ricordo quel ritornello che mi ha tartassato le orecchie per un paio di giorni, tanto che alla fine ci credevo anch’ io: lui sarebbe tornato sul suo cavallo nero, avrebbe marchiato a fil di spada tutti quelli che ognuno ha scritto nella lista personale dei miserabili. Quanti sergenti Garcia abbiamo incontrato nella nostra vita, forti della goffaggine dei loro galloni da operetta, sarebbe bastato uno schioccar di frusta per riportarli al loro rango di buffoni.  

 Ci fu in quell’ occasione un interessante convegno: “Il segno di Zorro tra cultura e civilizzazione”, è vero che fui relatore, ma ero in buona compagnia tra Giulio Giorello e Fabio Canessa, tutti mascherati con lo spadino brandito. C’ era l’ artista Filippo Martinez, il mimo Franco Fais a cavallo di uno struzzo mascherato, Carlo Pettinau che è un serio architetto e tanti altri in un teatro stracolmo in cui tutti erano rigorosamente vestiti da Zorro. Ancora mi chiedo perché Zorro abbia seminato proprio in Sardegna la sua progenie. C’è chi ha tentato di dimostrarlo con ardite genealogie, ma non è importante, sta di fatto che oltre i raduni annuali ogni tanto a quelle latitudini riemerge la “Zorrità” come una categoria dell’ esistenza di chi non si rassegna.
   La squadra della Tarros nel precedente campionato di eccelenza, chiede a Zorro di intervenire contro un assessore responsabile di non far riparare le docce difettose del loro spogliatoio. Il politico fu Zorrato in una gigantografia portata sugli spalti, anche tutti gli ultà erano vestiti da Zorro. La squadra alla fine della partita, vittoriosa, si è tolta la maglietta mostrando che sotto ce n’ era un’ altra, nera con la zeta inconfondibile. A Cabras invece l’ estate passata è stata lanciata la Zorraccia, una vernaccia con Zorro sull’ etichetta. Insomma, in quello che era l’ antico Giudicato d’ Arborea, si è creato uno spazio mentale diffuso di cui Zorro è uno dei miti misteriosamente condivisi. Zorro entra oggi di diritto nelle classifiche dei libri di successo, una scrittrice nota e titolata sta rinnovando in suo nome le sue precedenti glorie letterarie, su tanti muri e autobus d’ Italia campeggia la sua Zeta trasformata in brand, ma se qualcuno dice di essere il proprietario di Zorro lui ci ricorda che appartiene un po’ tutti noi, ma sostanzialmente a nessuno: “sono di quelli che, in un mantello nero, hanno capito di essere me. Sono libero. Senza copyright. I sogni non hanno copyright.” Ancor meglio ce lo dice in latino, con l’ assonanza di un’ antica litania: “Somnia copyright non tolerant”

Gianluca Nicoletti (LA STAMPA 15 giugno 2005)




permalink | inviato da il 19/6/2005 alle 16:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

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