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La magnifica protesi: luogo post umano dove si esprime l' avatar bitser Scarfiotti. Il protagonista del libro "Le vostre miserie, il mio splendore". 


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Linea gialla: per cogliere il senso dell' infinita linea gialla che ognuno di noi trova ai confini del proprio territorio interiore.

 


19 luglio 2005

Un giorno con Mesina

   


   
La montagna è subito fuori da Orgosolo, saliamo tra i lecci e il ginepro, il viottolo termina sullo spuntone di roccia. Graziano Mesina si gira e dice serio: “signori ho una notizia per voi, siete sequestrati!” Nemmeno un istante dopo scoppia a ridere. Un fuoristrada  appare dal tornante, riconoscono Grazianeddu, i due pastori salutano e lui insiste: “li ho sequestrati,  non dite niente a nessuno!” Quelli proseguono muti. 
O
ggi la Primula Rossa del Supramonte ci scherza sopra,  ma quelle  gesta gli hanno fatto passare quarant’ anni di vita dietro le sbarre. “Ecco lì sotto mi ero fatto un mio poligono di tiro, dovevo pur esercitarmi per stare in allenamento!” E i soldati che la braccavano? ”Sentivano, sentivano, ma restavano la sotto, andremo a vedere-dicevano- ma domani.” L’ indomani certo lui non ci sarebbe stato più. Capace, come dice, di camminare senza fermarsi mai sette giorni e sette notti di seguito: “Mangiavo camminando, venivo qui da Nuoro in due giorni e mezzo, poi continuavo, con trenta chili sulle spalle di armi e munizioni.” 
Una semplice gita con amici sardi tra boschi e placidi armenti? No, piuttosto un sopralluogo sul terreno di battaglia decenni dopo la fine di  una grande guerra, nemmeno tanto eroica. Da una parte rastrellamenti e violenti arresti in massa, dall’ altra famiglie sgrassate e ostaggi che, se tornavano liberi, erano larve umane, umiliati fino all’ inverosimile.
  Per l’ antico capo dei briganti  ogni cespuglio offre lo spunto per evocare un ricordo. Tra amnesie strategiche e reticenze racconta di fughe nella notte, sparatorie, marce forzate, ostaggi nascosti  o da rapire. Il suo fisico è appesantito rispetto ai tempi in cui era il fuorilegge inafferrabile, il re di Orgosolo. Da quando è stato graziato, sei  mesi fa,  però ha già perso dieci chili e conta di mettersi presto in forma: “nulla fa dimagrire come correre tra gli alberi di notte -e indica un orrido scosceso fitto di rovi e tronchi. Poi si arrampica veloce sulle pietre e vorrebbe che lo seguissimo fino al cucuzzolo che ci si para davanti. E’ Monte Novo S.Giovanni, una torre di pietra dove in passato si celebrava la festa di Santu Juvanne ´e sos sordadeddonos. Sembra un castello frastagliato di merli, in alto volano silenziosi i corvi con le ali distese e il sole al tramonto infuoca le montagne: “Su questa roccia spesso vedo turisti in difficoltà. Arrivano a metà, poi il vento che soffia forte mette loro paura. Una volta ho chiesto a una coppia se volevano aiuto, ma mi hanno riconosciuto e  non sapevano che dire.” 
Da quelle parti si parla da tempo di fare un grande parco nazionale, naturalmente la gente di Orgosolo non è d’ accordo. Me ne ero accorto vedendo in paese un murale che rappresentava avvoltoi: “questi sono gli animali che proteggerà il parco!” chiosava minaccioso. Anche Mesina è contro il parco e questo basti: “Non serve, qui è già tutto protetto!” Ride, ma fa capire che su quel territorio c’ è già lui come salvaguardia, nessuno ci provi a sostituirlo. Quel paesaggio lo ha reso invulnerabile, a quattordici anni restava solo per mesi nello stazzo in mezzo alla neve, gli servirà poi a sopportare l’ isolamento, le celle di rigore, a saltare mura scardinare sbarre, tornare illeso dopo una sparatoria:” una volta avevo due buchi nel cappuccio, una pallottola aveva rotto il cinturone, un’ altra si era infilata in una scarpa…” Conosce ogni arbusto e sa tutto di ogni animale, vegetale e minerale che incontriamo per strada. Incrociamo una mandria di maiali scuri e setolosi che pascolano liberi: “questi secondo loro dovevano essere abbattuti tutti, per un solo caso di peste suina. Non è giusto.” Poi racconta dei mufloni, delle vacche, delle piccole trote che si pescano con le mani nei torrenti. Gli avvoltoi giganteschi che non si vedono più, i falchi che sono stati tutti catturati per essere venduti nei paesi arabi dove li usano ancora per cacciare. Sa ogni segreto di quella montagna, anche perché ci si è nascosto e ci ha nascosto dentro tanta gente: “Quello lo avevo messo in compagnia, giocava a carte e stava bene, poi un giorno gli ho fatto uno scherzo. Gli ho detto oggi puoi ordinare tutto quello che vuoi da mangiare, chiedi e te lo portiamo. E così fu, tutto quello che più gli andava lo abbiamo portato, mangiava soddisfatto quando sul più bello gli dico:  tutto questo però costa caro, vorrà dire chiederemo alla tua famiglia cinquanta milioni in più di riscatto! Gli è andato il boccone di traverso, ha cominciato a strillare e a dire che non voleva più mangiare…” Già, ma chi era il fortunato? Tra i tanti a cui ha chiesto il riscatto questi era Giovanni Campus, possidente di Ozieri sequestrato il 7 marzo 1968, dieci giorni dopo per “fargli compagnia” a lui si aggiunse anche Nino Petretto, rapito in un agguato. I due  erano talmente provati dall’ esser trascinati per le montagne che a un certo punto non ce la facevano più e nella disperazione dissero ai rapitori di volersi suicidare per non continuare con quello strazio: “Volete ammazzarvi? Ecco la pistola- racconta Graziano- ma quei due dicevano fallo prima tu! No fallo tu! Insomma non si decidevano mai, dissi che se volevano li avrei aiutati con il mio mitra, ma avevo capito subito che non avevano nessuna voglia di morire.”

I vicoli di Orgosolo sono pieni di gente che fotografa tutto, le ragazze del posto hanno l’ ombelico di fuori come nel resto del mondo, ma i pullman di turisti ancora vengono per conoscere il paese dei banditi, soprattutto ora che è tornato lui. Tutta la promozione locale vorrebbe puntare su gastronomia e  folklore, ma la gente che arriva chiede di vedere la casa dove è nato Mesina. Lui si rende conto di essere un monumento vivente, mi porta sulla terrazza belvedere. Oltre lo strapiombo il teatro dei peggiori scontri a fuoco tra le forze dell’ ordine e i banditi. Graziano come un generale in pensione illustra le posizioni delle truppe: “laggiù nel 67 c’ erano seimila baschi blu, un vero esercito e io li guardavo dall’ alto.” Era il mese di giugno e i reparti speciali avevano circondato il paese, ci fu quella che chiamarono “la battaglia di Osposidda”. Mesina si salvò riempiendo di pietre lo zaino e facendosene scudo: “io da solo avrò sparato otto-novecento colpi e tirato almeno venti bombe a mano.” Fu uno scontro epico, le cronache raccontano che i proiettili dei mitragliatori dei soldati arrivarono fino alle prime case del paese, la gente di Orgosolo guardava il combattimento affacciata ai balconi. Due militari restarono stesi sul campo, la nostra guida ricorda ogni particolare: ”Lassù furono uccise le due guardie, me le attribuirono, ma era stato uno di loro a sparagli contro per sbaglio. Invece dietro quella collina hanno ferito lo spagnolo...” Fu la volta che il suo luogotenente Miguel Atienza  ci lasciò la pelle. Era un ex soldato franchista fuggito dalla Legione Straniera, Mesina se lo era portato dietro quando evase dal carcere di Sassari nel 66. A Osposidda  quando lo vide ferito se lo caricò sulle spalle fino alla montagna: “Poi la notte sono sceso in paese  a sequestrare un dottore per curarlo, ma non servì a nulla morì due giorni dopo.”  Graziano non ha mai nascosto il suo debole per le donne, anche se non si è mai sposato: “venivano  a trovarmi in carcere, erano spesso bellissime e anche ricche, dicevano che mi avrebbero aspettato, ma cercavo di far capire a tutte di lasciar perdere, io non avevo futuro, ero un ergastolano. Per starmi accanto una di loro voleva comprare una villa vicino ad Asti dove io ero recluso.”Sono leggendarie le migliaia di lettere che riceveva da femmine di tutto il mondo, ci fu chi cercò di acquistarle per farne un fotoromanzo, ma quelle Graziano non le ha mai volute dare a nessuno: “Poco tempo fa a casa di mia sorella ne ho ritrovata una cassa piena, lettere ancora mai aperte, erano arrivate trenta e più anni fa, io non c’ ero e me le avevano messe da parte.” Chissà che fine avranno fatto le maliarde che negli anni 60 da tutto il mondo si struggevano per il bel bandito barbaricino. Mandavano richieste di fuoco e …denaro, come se la passione avesse un prezzo: “C’erano marchi, dollari, piccoli oggetti d’ oro, ma le turiste straniere venivano anche fino a casa mia, soprattutto tedesche, chiacchieravano con mia madre e parlavano di futuri figli. Lei rispondeva che ne aveva avuti undici, che erano una bella cosa.” Fino a che un giorno la mamma capì che era il suo Graziano  che le vichinghe avrebbero voluto come  fecondatore. Nessuno si scandalizzi, ma la provetta era ancora da venire, si trattava di arcaica carnale follia, per cui da bandito a eroe il passo è sempre assai breve. 
Gianluca Nicoletti (LA STAMPA 6/luglio/2005)




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