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3 settembre 2005

La Spoon River di Ponte a Egola

  Ponte a Egola ha la sua Spoon River. E’ fatta di uomini in panciotto, cacciatori, perpetue e contadini che sembrano usciti da un racconto di Renato Fucini. Tutti morti negli ultimi vent’ anni, figure ideali di una Toscana tenera e maledetta, stanno appiccicati al muro ai lati del crocifisso. Al posto dei santi sembrano guardar negli occhi i vivi che recitano le loro orazioni. Non sarà facile, per chi va in chiesa, stare con un occhio al Santissimo e uno a quei fantasmi di osterie che non ci sono più, ombre di lazzi dimenticati, echi lontani di furie e stramberie che la modernità si è inghiottita senza pietà. Trentuno personaggi scomparsi, figli di un paesino della Toscana che il progresso ha reso talmente brutto da sembrare un posto qualsiasi, ma si son presi il lusso di sfidare tutti e sopravvivono nella navata della chiesa del Sacro Cuore. Non che sia molto bella quella chiesa, ma anche il paese non è un paese. Solo un nastro di strada tra Firenze e Pisa dove il benessere ha portato bar, negozi, case a schiera che potrebbero essere state costruite in qualsiasi altra parte d’Italia.

   A riportarli in vita è stato Piero Vezzi. Uno strano artista che racconta di aver lasciato Ponte a Egola da ventun anni e di aver sentito il bisogno insopprimibile di ricordare gli amici morti del tempo che fu. Oh non è che sia nel frattempo scappato nelle lontane Indie! Si era sposato ed era andato a vivere a S. Miniato, solo pochi chilometri più in là, ma evidentemente esistono confini immaginari che, una volta passati, proiettano le persone in dimensioni senza ritorno. Per Vezzi Ponte a Egola era troppo cambiato senza più Carlo Rossi, il suo dottore, o Enzo, lo scemo del paese detto Gattino, o il barbiere Rubino che alla sera posava le forbici e tirava fuori il violino, trasformando la sua bottega in una sala concerti. C’ era anche Armandino, il sacrestano che suonava il campanello alla messa, Marietta che non vedeva l’ ora di stare in chiesa ad insegnare il catechismo…Ora ci sta e ci starà per sempre, con il suo grembiale nero accanto a Gosto, spavaldo con il cappello in testa anche dentro la casa del Signore. Una sfida normale per lui che chiamavano “parola bestemmia”. Più bestemmie che parole per quel contadino sanguigno e mangiapreti. “poverino gli era morta la moglie di peritonite, in mezzo al campo- il parroco don Giampiero Taddei non vuol pronunciare condanne- era rimasto vedovo, solo con tre figli, ma chi può giudicare se non Dio? E’ proprio così, questi sono i “santi del Purgatorio” che fanno compagnia da cinque anni ai parrocchiani che frequentano la chiesa del Sacro Cuore. Non molti in verità, ma come dice il parroco: “ siamo in Toscana…Ma anche questi fanno parte del popolo del Signore” I più indignati dei fedeli ci avranno sicuramente fatto l’ abitudine, in fondo sono quelli i paesani che li hanno preceduti nel cammino della vita. Ora, che sono morti per il mondo, hanno iniziato la loro resurrezione disegnati a matita in pannelli di legno alti tre metri. “Vede, non fanno ombra, proprio come i fantasmi- fa notare Pietro Vezzi- molte di loro sono persone che non sono mai state in chiesa da vivi e ora ci stanno da morti. Ci sono anche i miei nonni, ma ho voluto metterci tutti i miei amici, i personaggi che ricordavo da ragazzo, figure scomparse che non ci saranno mai più.” Racconta Vezzi che certi personaggi in particolare, non erano particolarmente amati. Molti sui concittadini non avevano, agli inizi, molto piacere a vedersi ogni domenica davanti al muso quel tal mediatore di pelli, che faceva affari a Napoli. Un tipo che con i suoi pasticci ne ha fatti pianger più d’ uno di Pontegolesi! Lui ha voluto con religiosa pazienza disegnarli a matita, quasi a grandezza naturale, particolare per particolare interpretando fino all’ ultimo bottone da piccole foto che è andato a recuperare di casa in casa. È singolare vedere dietro al tabernacolo il Francesco Lami, trionfante con il suo pescione appena tirato su con la lenza, o l’ Annibale Capponi con lo schioppo imbracciato che sembra puntarlo verso la prima fila di banchi, dove i più zelanti si inginocchiano in testa a tutti. 
   Ora però ci sarà una novità, sembra quasi una predestinazione, ma quei santi peccatori diventeranno arredo stabile della chiesa, nessuno potrà, nemmeno per scherzo, provare a dire che sarebbe meglio toglierli, nemmeno proporre condizioni del tipo: “se ci stanno quelli…allora mi garberebbe pure che ci stesse il mì babbo”. Durante dei lavori di manutenzione, nelle due cappelle laterali dedicate a S. Giuseppe e alla Madonna, sotto l’ intonaco sono apparsi delle cornici affrescate nelle pareti, delle semplicissime decorazioni senza pretese, ma la coppia Vezzi don Taddei ci ha visto un segno inequivocabile. “ Sono due riquadri grandi e due piccoli quasi della stessa misura delle tavole, con un semplice ritaglio ci entrano perfettamente, sembra che siano stati fatti apposta per contenerle”.
   Anzi per essere precisi c’ è ancora posto per altre due anime del Purgatorio, presto diventeranno trentatrè, che è anche un numero non privo di significati…
   Il due novembre sarà ufficialmente inaugurata la loro nuova e definitiva sistemazione, a far compagnia agli altri verrà il Vallini, che è stato Presidente della Cassa di Risparmio, ma soprattutto Marianello Marianelli, “il professore”.
   Quando nel duemila fu inaugurata la mostra dei morti nel presbiterio, Marianello, uomo di grande cultura, scrisse la sua recensione. Aggiunse anche che, se mai gli fosse capitato qualcosa, gli avrebbe fatto piacere di poter avere anche lui il suo ritratto “per tornare coi morti in ferie al mio paese”. Tre anni dopo gli accadde di morire per davvero. Il Vezzi, per farlo felice, ha già ripreso la matita in mano.
Gianluca Nicoletti (La Stampa 1 settembre 2005)


Ponte a Egola è una frazione di S.Miniato (provincia di Pisa) cresciuta sulla strada pisano fiorentina all’ altezza del ponte che attraversa appunto il torrente Egola, uno degli affluenti dell’ Arno. Fino alla seconda metà dell’ 800 non era altro che un gruppo di casupole di operai costruite attorno alle concerie di pellame, fulcro dell’ economia locale. Dopo il 1870 circa nacquero le fornaci, servivano all’ inizio per fare i mattoni e costruire le prime case di chi stava arricchendosi. Nel 1879 con l'istituzione della parrocchia e la costruzione della Chiesa del Sacro Cuore, Ponte a Egola comincia ad essere percepito come una frazione autonoma e non più come un agglomerato di contrade. Dopo la crisi del 1929 iniziò un’ emigrazione massiccia, soprattutto verso la Francia meridionale. A Marsiglia, Monpellier, Arles Saint Gilles è facile trovare discendenti di ex cittadini di Ponte a Egola. In tempi più recenti un flusso di Pontegolesi è pure emigrato in Piemonte, in prevalenza nella zona di Acqui. Negli anni '60, sull’ onda del boom economico, il paese si sviluppa velocemente nella produzione industriale del cuoio. Oggi conta circa cinquemila anime.
Nota:  THE INDEPENDENT  oggi ha scritto di Vezzi e i suoi morti dopo aver letto La Stampa




permalink | inviato da il 3/9/2005 alle 10:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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